HOW TO FIND TRUE LOVE AND HAPPINESS IN THE PRESENT DAY - FEBRUARY10
DAVID BOWIE
“mi piace molto il ‘pensare in collaborazione’. lavoro bene con altra gente. penso che spesso ho tirato fuori il meglio dal talento di qualcuno. non voglio fare il modesto: troverete che, tranne un paio di eccezioni, molti dei musicisti con i quali ho lavorato hanno fatto le loro cose migliori con me. vi basta ascoltare gli altri loro lavori per scoprire quant'è vero. posso gettare una luce sulla loro forza. li aiuto ad arrivare in posti dove non sarebbero mai giunti da soli. ci sono eccezioni, ovviamente: stevie ray vaughn e robert fripp sono di certo le prime che vengono in mente”.
da 'il diario di david bowie', pubblicato su velvet goldmine (www.velvetgoldmine.it), traduzione di daniele maudit
JIMMY PAGE / LED ZEPPELIN
qual è il segreto della vostra attualità?
“essere usciti dal mainstream quando tutto spingeva a restarci. la nostra forza era il palcoscenico. non abbiamo mai realizzato dei singoli (come li si concepisce oggi). non eravamo fatti per i passaggi tv. solo concerti e album. la gente ha apprezzato molto questa nostra onestà professionale. è stata la qualità a determinare la longevità della nostra musica. e dire che le pressioni al ribasso, per così dire, erano forti. un esempio: incidi 'whole lotta love' e'stairway to heaven'. ebbene: non ci sarà un solo discografico che per il disco successivo non ti chiederà di scrivere un pezzo sulla falsariga di quelli. l’avevamo chiamata la ‘sindrome di whole lotta love’ e non c’era casa discografica che non ne soffrisse. ovviamente erano canzoni irripetibili, e nessuno di noi pensò mai di venire incontro a simili richieste”.
foste frutto di una combinazione (di interessi).
“ognuno di noi aveva radici diverse, ma con l’elemento del blues. ma è stato il rock’n’roll a spingermi alla chitarra. poi ho scoperto il country blues, poi la musica folk e infine la musica araba. sia robert plant che io abbiamo una smisurata ammirazione per la cantante oum kalthoum”.
che tipo di blues?
“anzitutto il blues urbano, insomma chicago. poi sono passato al blues rurale: quanto ho amato robert johnson! mi ricordo che ascoltavo muddy waters e il catalogo della chess attraverso le cover degli stones e capivo quanto importante fosse il blues, e non solo per i neri, ma anche per i bianchi, e non solo perché era bello e importante ricantare i vecchi pezzi ma anche perché attraverso i vecchi pezzi bisogna arrivare a scriverne di nuovi. il blues è emozione. e i led zeppelin hanno sempre cercato di comunicare questa emozione”.
anno 2003: vede un gruppo che possa ricordare i led zeppelin?
“no, ma non è un problema di qualità. oggi, al posto della libertà c’è il business, che in un certo senso è il contrario della libertà. allora fummo noi a creare il modello ‘industriale’”.
intervista di paolo de bernardin, musica! di repubblica # 378, 28 giugno 2003
LUCIO DALLA
"ho letto soprattutto da ragazzo, molta letteratura ispano-americana, molto pasolini, grande poeta e romanziere, ma anche philip k. dick e tanta fantascienza. attualmente trovo che l'immagine abbia però sostituito la funzione della letteratura. c'è un tipo di cinema visionario americano, quello che i critici archiviano come furbo e di cassetta, che secondo me invece è l'ultima proposta di cinema ideologico. film come 'terminator' o 'matrix' stimolano moltissimo la riflessione sul futuro, sul rapporto di forze uomo-macchina, su come il virtuale e l'informatica vanno a sostituire i grandi apparati umani. fra non molto la nostra sarà una società in cui le macchine inventano altre macchine. meglio cominciare a pensarci in anticipo".
intervista di gabriele guerra, freequency # 20, 5 dicembre 2003
RENEE ZELLWEGER
per una ragazza cresciuta nel texas è stato difficile trasformarsi nella britannica bridget jones?
“per essere il più fedele possibile al personaggio di bridget ho fatto un duro training linguistico, inoltre ho trascorso a londra alcuni mesi prima delle riprese per immergermi nella cultura e nelle abitudini british. dopo ore di shopping da harvey nichols, numerosi tè da fortnum e due settimane come tirocinante presso la casa editrice picador sotto falso nome, sono riuscita a passare per una vera ragazza inglese”.
intervista di maria stella taccone, i viaggi di repubblica, # 203, 22 novembre 2001
VALERIO EVANGELISTI
che cos’è black flag (oltre al titolo di un suo libro uscito al tempo dell'intervista, ndthR)?
“tante cose insieme, innanzitutto un omaggio a un gruppo punk degli ’80 che portava quel nome. era l’equivalente dei sex pistols. nelle loro canzoni c’è solo disperazione, mancanza di valori; violenza allo stato puro”.
intervista di luigi luminati, il resto del carlino, 28 aprile 2003
ELISA
“spero che le scene underground trovino più supporto, perché spesso sono queste che danno da mangiare alla cultura pop anche in Italia”.
intervista di alfredo gaspari, il messaggero, 2 ottobre 2002
BECK
chi ha ispirato la tua arte?
“kerouac, rimbaud, fellini, marlon brando, bob dylan, i kraftwerk, la prima volta che ho visto i devo in tv, quando ho scoperto il blues del delta ma soprattutto le mie esperienze, la mia vita di tutti i giorni”.
intervista di cinzia monaci, rock star # 10, ottobre 2002
FRANCESCO GUCCINI
che genere di musica ascolti?
“sempre di meno. leggo invece più libri. venendo su in auto (a pavana, ndthR) qualche buon vecchio rock’n’roll. eppoi mi piacciono quei francesi... i noir désir. e samuele bersani: scrive testi intelligenti”.
niente telefonino?
“no. solo le e-mail a bologna”.
intervista di marco mangiarotti, il resto del carlino, 5 novembre 2002
FLORENCE WELCH / FLORENCE + THE MACHINE
"forse il mio nome non è una coincidenza. mia madre adorava firenze. da bambina mi portava in italia, ricordo i soggiorni in quell'appartamento che affacciava su piazza della signoria. fu lì che cominciai a prendere lezioni di canto (e attacca 'la molinara' di paisiello, 1788, ndi): 'nel cor più non mi sento / brillar la gioventù / cagion del mio tormento / amor, sei colpa tu'. avevo 11 anni ma non ho mai dimenticato una sola parola".
"il rock è stata una necessità, ero confusa, avevo il cuore a pezzi, lui mi aveva tradito (mostra l'anello che il suo fidanzato le ha regalato per la riappacificazione, ndi), soffrivo di attacchi di panico, bevevo un po' troppo. era quello che sognavo da piccola? non credo. ricordo che strappavo la maniglia della porta della mia cameretta, facevo finta fosse un microfono e mi atteggiavo come le grandi stelle di broadway, quello era il mio sogno, diventare una 'fanciulla delle follie'. poi sono cresciuta, e quando uno si sente come mi sento io è più vicino a kurt cobain che a judy garland".
intervista di giuseppe videtti, la repubblica, 27 gennaio 2010
ARISA
'malamorenò'. di cosa parla?
"di amore universale, del fatto che siamo bombardati da una realtà che ci terrorizza e noi per reazione tendiamo a difenderci singolarmente, mettendoci uno contro l’altro. che sono poi gli stessi esempi che riceviamo dai programmi televisivi".
cioè?
"basta vedere quel che ci propongono: programmi in cui ne rimane sempre e solo uno. non esistono giochi di squadra, alla fine vince il singolo. e tutte queste strategia per eliminarsi a vicenda…".
ti riferisci ai reality?
sì. è tutto un po' così, siamo tornati ai tempi del più grande che mangia il più piccolo. 'malamorenò' dice che se pure tutto finisse, in una visione catastrofica, rimarrebbe comunque l’amore. perché è gratuito ed è l’unica cosa che ci resta nelle difficoltà".
questa passione per gli anni '40, lo swing, il jazz, da dove arriva?
"in parte dal mio amore per il varietà. Il mio lato swing è una chiara espressione del mio bisogno di leggerezza, intelligenza ed educazione. e la passione per un certo tipo di cantanti deriva da quello per la poesia, che trovo esserci in queste voci. mi danno ancora un brivido in una società altrimenti piatta. e comunque 'non amo gli acuti, ma vado ai contenuti'".
cioè?
"ogni tanto scherzo con i miei amici, perché questo è diventato il mio slogan. significa che non ascolto musiche particolarmente urlate. da ragazzina studiavo sui dischi di mariah carey e whitney houston e mi esercitavo sugli acuti 'rotondi', sulle note alte. ma dopo un po' ho capito che non era ciò che mi interessava. se pensi, dopo l’avvento di giorgia che ha portato questa sua vocalità stupenda, tonalità rithm and blues (sì, scritto proprio così, ndthR) in italia, tutte le cantanti venute dopo di lei sembravano suoi cloni. io non ho mai amato amalgamarmi alla massa né cercare dei modelli. ho la consapevolezza di essere una persona unica, come lo siamo tutti, di avere dei grandi difetti ma anche delle doti. e bisogna fare forza sulle proprie qualità che possono non essere necessariamente bellezza o sensualità ma simpatia, originalità, un modo di vedere le cose in maniera diversa".
(loredana bertè) è 'matta', in senso buono, come la vediamo in tv?
"io credo che sia una persona molto vera e purtroppo nel nostro mondo questo non è sempre accettato. sembra di essere tornati nel pre ‘68, all’avvento delle tre m: 'moglie, macchina, mestiere'. c’è un perbenismo dilagante pazzesco, chi non si attiene ai canoni è considerato sopra le righe, un diverso. io ci ho parlato con loredana (hanno collaborato al progetto 'amiche per l'abruzzo', ndthR) e mi ha detto delle cose molto interessanti, mi ha anche dato dei consigli utili. viva la bertè forever!".
cosa ne pensi dei reality musicali come 'x factor', o 'amici'. credi che facciano bene alla musica e ai giovani?
di norma sono contro le improvvisazioni. quando vedo che da questi programmi escono cantanti che si avviano alla musica in maniera meritata sono contenta. ma se vedo che esce qualcuno che non ha le potenzialità o la personalità per affrontare un certo percorso professionale, mi spavento. a volte quando non si è pronti si cade alla mercé di chiunque, rischiando molto. un momento sei dio, l’anno dopo non si più nessuno e questo è molto pericoloso. soprattutto per i ragazzi".
"il successo di un anno non significa il successo per la vita, come succedeva una volta a morandi, mina. però se fai una gavetta di un certo tipo sai quello a cui vai incontro, quando invece sei catapultato all’improvviso in paradiso senza aver salito le scalette del purgatorio è più rischioso".
intervista di sara gambero, libero news magazine, 15 febbraio 2010
SALMAN RUSHDIE
il suo ultimo libro 'l'incantatrice di firenze' (mondadori) racconta dell'italia e dell'india all'epoca del rinascimento. il precedente, 'shalimar il clown', è la storia di un killer nato in kashmir. ma ha anche riscritto la storia di orfeo ed euridice in salsa rock, ha scritto reportage sul nicaragua, saggi sulla politica, il football, anche favole per bambini. in ogni testo cambia il linguaggio: qualche volta è ricco e lussureggiante, altre volte semplice e crudo, oppure fatato…
"quando comincio a scrivere, mi chiedo sempre: dove si svolge la storia, e in quale epoca? solo dopo scelgo uno stile narrativo, una struttura adatta alla storia e soprattutto un linguaggio. nel caso de 'l'incantatrice di firenze' ho voluto raccontare un mistero. il mistero è sempre interessante. ma dato che avevo scelto una storia antica, mi sono ispirato a libri e stili come quelli di ariosto o di don chisciotte".
il reportage indaga il presente. spesso lei ha raccontato storie del passato. ha mai pensato di scrivere del futuro?
"ci sto pensando. credo che potrebbe essere il soggetto del mio prossimo romanzo. sono sempre stato interessato alla fantascienza. il mio primo racconto, che a dire il vero non è un granché, fu un racconto di fantascienza, appunto. e qualche volta ho usato questo genere nei miei romanzi, inserendo piccole storie dentro altre storie. da ragazzo leggevo tutto di quel genere: erano gli anni sessanta: oggi considerati il periodo d'oro della fantascienza. c'erano philip k. dick, harlan ellison. ma oggi questa letteratura non è molto interessante. la gran parte degli scrittori odierni di fantascienza non scrive bene, e non ci sono donne interessanti tra i personaggi: così a un certo punto mi sono annoiato e ho smesso di leggerla. invece, in questi mesi sono di nuovo interessato a questa vicenda. e sa perché? perché la fantascienza permette molto a uno scrittore. ecco perché è destinata a rinascere: è l'unico genere che davvero consente a uno scrittore di esplorare le idee, assai più di una storia realistica sul presente.
ha raccontato molte città nei suoi romanzi. e ha vissuto e viaggiato in molti luoghi: quale città considera oggi la più interessante del mondo?
"fino al 2001 avrei detto new york. ma il declino, in realtà, è cominciato prima. new york è stata il centro del mondo culturale fino alla fine degli anni settanta. era l'epoca underground, quella di lou reed, patti smith, dei talking heads e di warhol, ed era eccitante. ma allora nulla aveva a che fare con i soldi. negli anni ottanta tutto si è inflazionato, l'arrivo di una quantità di quattrini spropositata ha cambiato la città, la sua energia e i suoi valori: in modo disgustoso questi soldi hanno portato ignoranza. la città ha smesso di produrre arte per produrre potere. poi è venuto tutto il resto, fino al crollo delle torri gemelle. oggi non c'è un posto che potrebbe essere definito come il centro del mondo, come una nuova roma. può darsi che tra dieci anni lo sarà pechino, può darsi mumbai. ma il mondo sta cambiando molto velocemente, e tutto dura solo un attimo".
lei abita sempre a new york, nonostante tutto. cosa le piace di new york?
"vede, ogni città in cui si abita ti chiede qualcosa, perché sei qui, cosa ci fai? e new york lo chiede più di ogni altra città. come dice la canzone: 'if you can make it there' (se puoi farcela lì). qui la gente lavora 12 ore al giorno, e questo mi piace molto. dove tutti lavorano è molto facile lavorare bene, e di conseguenza lavoro bene anch'io. ma quando uno scrittore si innamora di una città di solito è un amore legato a un certo momento, a una stagione. il mio amore vero è legato ai valori che bombay esprimeva negli anni sessanta: e come ho detto molte volte, mumbay e bombay per me sono la stessa cosa".
l'interesse nei luoghi, nelle città, ha a che fare con il senso di appartenenza e quindi con il suo contrario, lo sradicamento, che genera cosmopolitismo e nostalgia, due temi molto presenti nella sua letteratura e forse nella sua vita.
"viviamo un eterno dilemma esistenziale: dobbiamo scegliere se restare o andare via. entrambe le cose sono difficili. e il sogno di partire, di lasciare la casa, non muore mai".
pensa ai lettori quando scrive, o per lei esiste solo la storia da raccontare?
"una volta pensavo solo alla storia. oggi sono sempre più interessato a come i lettori ricevono le informazioni, al processo della lettura. sono convinto che ci sia un modo, non dico quello perfetto ma certamente il migliore, perché una certa storia venga raccontata a un lettore. e credo che il mio compito sia trovare quel modo. non è detto però che questo abbia a che fare con la semplicità del plot: penso a film come quelli di almodòvar, pieni di personaggi, intrighi e salti narrativi, eppure sono storie avvincenti, che lo spettatore segue senza difficoltà. il segreto è cosa il lettore vuole sapere e quando lo vuole sapere: bisogna assecondarlo in un certo senso".
sta parlando di lettura come piacere?
"anche. certo, se non ti piace il libro, non lo leggi. però quel che conta è ciò che un libro si lascia dietro, due giorni dopo, un mese, un anno dopo che è stato letto. il numero di libri che davvero amiamo, che non sono poi molti in una vita, condizionano il nostro modo di vedere il mondo: ed è questo che desidero quando penso ai miei lettori. vorrei che la lettura aiuti loro a cambiare, a evolversi. e aggiungo: mi interessa molto incontrare i miei lettori, soprattutto quelli che hanno domande precise, che parlano delle reazioni che hanno avuto, o mi chiedono dettagli di un personaggio. quelli che ti chiedono invece come ci si senta a essere famosi non sono veri lettori".
quale libro regala più spesso?
"un libro che mi fece una grandissima impressione da ragazzo: 'finzioni' di borges. ho avuto modo di regalare spesso anche 'le città invisibili' o 'marcovaldo' di calvino, che in inglese viene pubblicato insieme a 'il barone rampante' e 'il cavaliere inesistente'. conobbi calvino a londra, ebbi il piacere di introdurre la presentazione pubblica di un suo libro. mi salutò e mi disse: fammi vedere cosa hai scritto. ero terrorizzato, ma per fortuna nell'incipit del mio discorso avevo fatto un paragone tra la sua scrittura e apuleio, e così passai l'esame. in seguito fu molto generoso con il mio lavoro, e recensì 'i figli della mezzanotte'".
lei è cresciuto a bombay e ha frequentato il king's college di cambridge. è cittadino britannico, parla due lingue e srive in inglese. una lingua non-madre per lei.
"parlo hindi e inglese nello stesso modo. ma l'inglese è la mia lingua. sono pochissimi gli scrittori che hanno potuto essere creativi in due lingue, forse solo nabokov. per farle un solo esempio, joseph conrad non ha mai scritto romanzi in polacco. e neanch'io uso l'hindi per i miei romanzi o reportage".
perché?
"perché so che non sono in grado di farlo".
ne è sicuro?
"lo so, anche se non ho mai provato. ma quando sono in india sogno in hindi, e quando i miei sogni cambiano lingua so che sono arrivato a casa".
lei ha parteipato come attore al film 'bridget jones's diary' (interpretava se stesso, ndthR) ed è stato nominato baronetto dalla regina di inghilterra: quale di queste due esperienze è stata la più curiosa?
"ho molti amici nel cinema, ed è un mondo che mi è familiare, quindi 'bridget jones' non mi ha sconcertato. passare invece un giorno a buckingham palace è stata un'esperienza davvero strana. al ricevimento c'erano centinaia di persone, e un'orchestra suonava musica hawaiana per ore e ore: il che di per sé è alquanto curioso considerato che sotto l'orchestra stava seduta la regina. ho avuto un solo minuto di conversazione con la sovrana, ma mi hanno addestrato per ore (mi immagino quando l'addestramento toccò a john lennon, ndthR). dovevo imparare a camminare all'indietro: così prevede il protocollo quando si viene congedati. la cosa curiosa è che bucingham palace mi è sempre stato molto familiare, ci sono passato davanti con la macchina tante volte, ma quando effettivamente sono entrato dentro, mi sono reso conto che ero in un luogo nello stesso tempo il più familiare e il più distante che si possa immaginare. sì, è stata la giornata più buffa della mia vita".
e ride salman rushdie.
intervista di carlotta mismetti capua, l'espresso # 39 (anno LV), 1 ottobre 2009
ANTONELLO VENDITTI
prendo ancora dal suo libro (l'autobiografia 'l'importante è che tu sia infelice', ndthR). 'quando uno scrive 'sora rosa' a quattordici anni c'è qualcosa che non va'.
"ero un bambino obeso e ipersensibile che si rifugiava nella musica. talmente grasso che facevo fatica a girare la pagina dello spartito. a quell'età avevo già sentito tutta la musica del mondo. mancava qualcosa, qualcuno. la canzone che non c'era. la musica era il mio modo di essere intimo con me stesso". dentro 'sora rosa' c'era tutto: mia nonna, il cattolicesimo, la giustizia, dio".
il mondo maniaco di antonello venditti.
"ne cito una di mania. il cappello. per anni è stata la mia coperta di linus. lo portavo ovunque. ne ho lasciati non so quanti sparsi per il mondo, soprattutto in africa. poi un giorno mi sono ribellato: perché dovevo essere schiavo di un cappello? ho smesso".
a chi dice: venditti non è più lui, ha perso la vena.
"lo scrivono quelli che mi rimproverano di essere venditti. la verità è lo stile. con quello ci si confronta. io non posso fare altro che rifare venditti".
quanto diverso dal suo amico francesco de gregori.
"francesco è prima di tutto un amico. siamo due facce della stessa medaglia. lui scrive più ermetico, a volte la letteratura prevale sulla poesia. io preferisco far male qui, dritto al cuore. siamo come le parallele di moro che convergono all'infinito. simili e diversi, abbiamo accompagnato la storia del nostro paese, del partito comunista, di tutta una generazione. rispetto a lui, io sono meno pieno di me. ma attenzione: francesco non è fragile come sembra. sa il fatto suo, è un uomo molto strutturato".
erano gli anni del mitico folkstudio.
"ci siamo conosciuti alla fine degli anni '60. lui era un allampanato che suonava alla chitarra testi di cohen e di dylan. mi affascinò, ma non mi entusiasmò. era un aristocratico che discendeva da una famiglia irlandese, i mcgregor. io, un orso bruno, taciturno, ma guai a rompermi le scatole. mettevo paura con il mio aspetto. adesso non più, sono caduti i capelli e la barba. al folkstudio passarono tutti i grandi dell'epoca".
le forze oscure. scopriamo un venditti sensitivo.
"ho paura di questi miei poteri. non ho mai voluto approfondire. mi hanno salvato quella volta che, guardando le montagne in friuli, ebbi la premonizione del terremoto".
beatles o rolling stones?
"non scherziamo. i beatles furono popolari e rivoluzionari nello stesso tempo. l'avanguardia che diventava patrimonio collettivo. dopo i beatles c'è dylan. senza bob la musica sarebbe morta".
accade musicalmente qualcosa degno di nota?
"non ascolto niente che m'interessi davvero. sarà per questo che vado ancora in studio con la passione di sempre. ho ancora bisogno di me, della mia musica".
intervista di giancarlo dotto, gioia # 1/2, 12 gennaio 2010
ANTONIO LEOTTI
“il motivo per cui credo di aver voluto fare questo mestiere è la rabbia. tutto quello che io racconto prima di tutto lo racconto a dispetto di qualcosa o di qualcuno, contro qualcuno, è come se io avessi uno spirito un po' polemico, esacerbato, che forse fa parte di un mio sogno che sarebbe quello di imparare ad essere cattivo, mi piacerebbe tanto essere cattivo molto probabilmente perché non lo sono abbastanza o proprio non lo sono”.
la settimana letteraria, via e-mail 2002
JOHNNY BUCKLAND / COLDPLAY
“il commercio equo è una campagna che ormai può contare su milioni di supporter in tutto il mondo: credo che sia un dovere per un musicista che ha la fortuna di girare il mondo far conoscere le ingiustizie perpetrate innome del business. tra l’altro gli stessi meccanismi che colpiscono i paesi più poveri regolano anche il mondo della musica e così le giovani band hanno sempre meno opportunità a disposizione per crescere se non raggiungono incassi milionari al primo disco”.
intervista di paolo biamonte, la repubblica, 21 giugno 2003
MO’ HORIZONS
potete dirci, con parole vostre, qual è ‘la marcia in più’ del suono del vinile?
“i cd sono ridotti a 16 bit, quindi suonano ‘freddini’. il vinile è analogico e suona più ‘caldo’. comunque nessuno oggi percepisce più la differenza in un club. fondamentalmente preferiamo lavorare col vinile perché siamo abituati a farlo. oltretutto su un pezzo in vinile puoi vedere cosa sta succedendo. devi guardare il solco per sapere quando verrà il prossimo break o la parte più lenta. facciamo i dj da quindici anni e la nostra collezione di dischi è cresciuta con noi e ci piace pescare dal mucchio dei pezzi che non potrai mai trovare su cd”.
intervista di bob vinilicus, freak out # 31, febbraio 2002
UMA THURMAN
allora, che percentuale di bad girl c'è in uma thurman?
"intorno allo zero. cerco sempre di essere me stessa, e non mi risulta di avere un côté diabolico. fuori dal set, almeno".
adesso sta girando 'bel ami', un grande classico di maupassant. c'è un giornalista parigino, georges duroy, che fa carriera grazie a lei, l'influente madeleine. è un tema molto attuale: cosa ne pensa degli arrampicatori sociali?
"ne ho incontrati pochi nella vita reale… la società europea è più stratificata, perciò da voi la scalata ha un'accezione più spesso negativa. da statunitense, le dirò invece che il diritto 'a scalare' è uno degli aspetti più straordinari del sogno americano. avere successo, guadagnarsi una posizione sociale migliore rispetto a quella di partenza, riscattarsi dal destino di nascita… chiaro, alcune volte si tratta solo di biechi opportunisti, altre invece di individui che con passione e intelligenza colgono le chance offerte dalla vita. l'avventura umana è anche una questione di tempismo, una buona combinazione di sano opportunismo e spirito di sopravvivenza".
una star di hollywood può permettersi una vita privata?
"non solo è possibile, è indispensabile. e non è una questione di facciata. come fai ad affrontare una vita pubblica se non sei sostenuto affettivamente? la donna e l'attrice sono una persona intera, senza le mie radici non sarei nemmeno un'attrice equilibrata. penso inoltre che mostrarsi una persona vera sia il modo migliore per attirare un uomo".
il profumo giusto non c'entra?
"le donne comprano i profumi per sé, per sentirsi più belle, più interessanti. succede poi che qualcun altro lo senta, lo avverta. alla fine è una questione di energia che si trasmette".
sua madre ha sposato il primo monaco occidentale buddista (robert, il padre di uma) e dice che lei ha un forte senso del destino. dev'essere vero…
ride "scommetto si riferisse al fatto che volevo diventare un'attrice, lo profetizzavo continuamente, e in effetti poi lo sono diventata. per lei era una cosa talmente impossibile da considerare eccezionale la mia intuizione. ma quante ragazzine sognano di diventare attrici e non ci riescono? diciamo che in qualche modo ho intercettato il destino".
intervista di simonetta li pira, a # 8, 25 febbraio 2010
HOW TO FIND TRUE LOVE AND HAPPINESS IN THE PRESENT DAY - NOVEMBER09 ISSUE:
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Scritto in data 16/02/2010 da thR




