
La musica di Manooze è di una cattiveria e di una obliquità sconcertante: eppure, a ben guardare, c'è un forte senso delle proporzioni formali nella divisione metrica e schematica dei blocchi compositivi. E ha il pregio della leggerezza, cosa rara nell'elettronica di derivazione hard-noise. Le sue composizioni si possono ballare, canticchiare, amare oppure odiare, minchionare e pogare. Ciò che non si riesce a fare è ignorarle. In alcuni episodi sembra che il ritmo elettronico di stampo danzereccio si perda tra le solite ordinarietà da discoteca e invece accade sempre qualcosa di sorprendente che fa tornare indietro questi sospetti. In altri momenti la sperimentazione lo conduce in zone minate, nelle trappole della soluzione scontata, ma anche questo non succede mai. Che sia questa la qualità principale di essere per metà belga e per metà italiano? Forse il fatto che uno dei più grandi esponenti del surrealismo, René Magritte, quello a ben guardare più violento tra i compagni di movimento (seppur celasse tale violenza dietro la pacatezza tipica dei nordici) era proprio di quelle parti vorrà pur dire qualcosa.





